In Italia, trent’anni dopo la Cosa Nostra, la ‘Ndrangheta ripete la storia

Era ancora sconosciuta dal pubblico dieci anni fa. Nascosta nell’ombra dei suoi antenati, la Cosa Nostra siciliana e la Camorra napoletana, la ‘Ndrangheta è al centro dell’attenzione. Questa mafia, originale calabrese, si è sviluppata in silenzio et nella discrezione attraverso i trent’anni precedenti. Approffittò delle turbolenze provocate dalle due prinicipali organizzazioni criminali in Italia per consolidare il suo potere et il suo dominio lontano da occhi indiscreti e dalla ripressione poliziesca. Si stima il suo fatturato annuale a più di 50 milliardi di euro, e questa mafia si ritrova in ogni angolo del mondo, del Canada all’Australia, passando per la Colombia e il Togo. Oggi, mentre la Cosa Nostra è solo l’ombra di sé stessa e la Camorra soffre dalla sua organizzazione anarchica, la ‘Ndrangheta è divenuta la mafia più potente di Italia – addirittura dell’Europa. Come tale, il processo gigante che si è aperto contro di lei il 13 gennaio 2021 a Lamezia Terme, in Calabria, è decisivo. 

Centinaia di collaboratori

Più di 300 accusati. 900 testimoni, 400 avvocati, e 2 anni di processo in anticipazione. Mezzo migliaio di agenti di polizia per assicurare la sicurezza e lo svolgimento adeguato di questo processo straordinario. I numeri danno la svolta. Però, nonostante le apparenze, non è la ‘Ndrangheta nel suo insieme che viene giudicata, ma solo una delle tante famiglie che la compongono: la famiglia Mancuso e il suo capo, Luigi, che regna sovrana sulla provincia di Vibo Valentia per decenni. Se questo processo ha potuto vedere la luce, è grazie al procuratore capo della regione di Catanzaro, Nicola Gratteri. Arrivato nella regione nel maggio 2016, si è messo d’impegno, dal momento dell’entrato in carica, per attuare un’azione di vasta scala contro questa mafia, che è fino ad allora poco investigata dalle autorità. La sua scelta è incline alla famiglia Mancuso, nota per avere le ramificazioni fino al Sud Amercia. Tre anni di indagini sono necessari per scoprire interamente l’enorme rete che la famiglia gestisce. L’operazione, soprannominata ‘Rinascita Scott’, culmina il 19 dicembre 2019 nell’arresto di più di 300 persone, tra cui la maggior parte era in Calabria, ma anche nell’Italia del nord, in Germania (dove la ‘Ndrangheta si è resa noto nel 2007 con la strage di Duisburg, durante la quale sei persone sono morte), in Svizzera e fino alla Bulgaria. Solo nella penisola, più di 3000 carabinieri partecipano all’operazione. Non c’è stato un arresto di massa di questo genere da quelli contro la Cosa Nostra negli anni ’80. 

 Il pubblico ministero Nicola Gratteri, due giorni prima dell’apertura del processo ‘Ndrangheta, l’11 gennaio 2021 a Roma. AFP/Archivi 

Se questo processo è così importante, non è solamente alla luce della sua ampiezza e del numero di persone accusate. Evidenzia il tipo di funzionamento della ‘Ndrangheta e sulla facilità con la quale questa mafia infiltrò tutti gli strati della società italiana. Nicola Gratteri si spinge fino a parlare del “rapporto sistemico” tra gli impiegati statali importanti italiani e la mafia. Oggi sul banco degli accusati, si trovano accanto ai mafiosi gli imprenditori, gli avvocati della regioni, i sindacalisti, gli agenti di polizia. Non vi è nessuna parte dell’amministrazione italiana che è risparmiata: tra gli arrestati durante l’arresto di massa del 2019, si vedono i nomi come quello di Giancarlo Pittelli, ex-parlamentare ed ex-coordinatore regionale di Forza Italia, o quello di Gianluca Callipo, eletto del centro-sinistra e presidente regionale dell’associazione dei sindaci. Le forze di sicurezza si trovano addirittura implicate: il comandante della polizia municipale de Vibo Valentia e un colonnello dei fucilieri della regione costituiscono parte degli arrestati. Insieme alla famiglia Mancuso, questa rappresenta una parte intera della società civile della regione che si trova soggetta alla legge. “Questo è un processo molto importante, perché la famiglia Mancuso è una delle più importanti famiglie della Calabria. È attiva nel traffico di droga, ma anche nel settore immobiliare, nel turismo, nel riciclaggio dei soldi sporchi, e la famiglia è ben radicata fuori dalla Calabria e all’estero,” sostiene lo storico della criminalità organizzata Enzo Ciconte. 

Le relazioni di sangue

Attraverso la sua presenza all’interno delle istituzioni e dell’economia della regione, la ‘Ndrangheta ricorda alla Cosa Nostra siciliana del suo periodo di importanza massima, durante gli anni 1970, quando aveva tra le sue file i magistrati, gli agenti di polizia, gli uomini d’affari, e i politici locali. Se l’ingresso nella ‘Ndrangheta è determinato dall’appartenenza sussidiaria, i suoi associati rappresentano una parte ampia della società italiana, e la quantità di imputati che non vengono dalla famiglia Mancuso dimostra quanto questa mafia abbia avuto successo nel suo fondare nel mondo “normale”. Il processo di Lamezia Terme permette alla giustizia italiana di colpire i fondamenti giuridici della ‘Ndrangheta incrimando tutti coloro che le gravitano intorno e che approfitano delle sue attività. È anche la prima volta nella storia di questa mafia, così chiusa e ermetica al mondo esterno, e che non sarebbe mai stata possibile senza il numero sorprendente di “pentiti” che hanno accettato di darne testimonianza: 58, mai visto prima riguardo alla ‘Ndrangheta. Se è così difficile trovare le persone che hanno abbandonate il mondo mafioso e che sono pronte a cooperare con la giustizia, è perché la struttura della ‘Ndrangheta si base su una concezione puramente familiare. È soltanto attraverso la sangue che un uomo possa integrarci. “Quando uno dei suoi membri viene arrestato, non tradisce suoi cugini, suo padre o suoi fratelli,” ricorda Nicola Gratteri. Addirittura più particolare, per quanto riguarda il modo di funzionamento, la ‘Ndrangheta non ha né la forma piramidale con un “Capo dei Capi” come la Cosa Nostra, né il sistema anarchico e caotico della Camorra dei clan che si odiano. La ‘Ndrangheta combina questi due sistemi in una struttura gerarchica basata sulle famiglie (le ‘Ndrine) e i raggruppamenti di famiglie (i locali) al livello locale che, secondo le circostanze, rispondono sé stessi alla “Crimini”, al livello provinciale e di cui il capo è eletto ogni anno in agosto. La Crimine interviene per gestire gli insediamenti allontanati dalla ‘Ndrangheta (in Canada, in Africa, in Australia…), per regolare le dispute e per decidere su quali clan integrare nell’organizzazione. Però ogni famiglia e ogni locale funziona in maniera completamente indipendente, che riduce fortemente le possibilità di far crollare la ‘Ndrangheta nella sua integralità arrestando il capo, così com’è successo alla Cosa Nostra. 

Una mafia che non uccide più 

Molti commenti e analisi hanno la tendenza a collegare questo processo e il “maxiprocesso” di Palermo, che ebbe luogo tra il 1986 e il 1987 e che aveva segnalato l’inizio della fine della mafia siciliana. Però, guardandolo più vicino, le differenze sono notevoli; è poco più della dimensione e della forma del processo che possono essere paragonate. Il maxiprocesso di Palermo giudicava la Cosa Nostra nella sua integralità, i padrini e il cervello, Salvatore “Totò” Riina (anche se quest’ultimo era allora in fuga). Attualmente, a Lamezia Terme, solo la famiglia Mancuso è preoccupata: le altre sono contente di tenere un profilo basso e di lasciare passare la tempesta. 

Lo storico Enzo Ciconte lo mette in prospettiva così: “È eccessivo di paragonare questo processo al maxiprocesso di Palermo del 1986. In Sicilia, si trattava del processo di tutti i padrini che dominavano l’isola e pure l’Italia, mentre oggi soltanto una famiglia calabrese viene giudicata – quella dei Mancuso.” Per di più, è importante ricordare che la Cosa Nostra ebbe la sfortuna di veder venire alla testa, negli anni ’70, un uomo che pensava di poter piegare lo Stato attraverso la violenza, e la cui sete di sangue portò tutta la mafia in una guerra suicida. La ‘Ndrangheta non funziona in questo modo, e non si interessa ad agire così. Uccidere non ottiene più i risultati, come dice Nicola Gratteri: ‘La mafia non ha più bisogno di sparare o di bruciare le macchine. È sufficiente pagare – è i soldi della droga è il suo carburante. La ‘Ndrangheta ha sempre avanzato mascherata. Non ha mai cercato lo scontro. È un’organizzazione solida, granitica, patriarcale. Cultiva il legame di sangue per durare.” 

L’interno della bunker-corte dove si svolse il maxiprocesso di Palermo nel 1986

Questo processo è il primo colpo a questa mafia solidissima, e il numero di pentiti, che continua ad aumentare, testimonia un certo nervosismo all’interno delle famiglie che la compongono. Il crimine organizzato è potente e radicato in Italia, e rischia di durare ancora a lungo, perché si alimenta dei periodi di crisi come quello che viviamo. Però è importante ricordare di queste parole del giudice Giovanni Falcone, all’origine dei processi di Palermo e assassinato nel 1992 dalla Cosa Nostra: “[La mafia] è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine.” 

Sources : 

Isalia Stieffatre

Tradotto da Jenny Frost